xxniallslaughxx ha detto:: Non ti conosco di persona ma da quello che scrivi mi sei sembrata molto piú di quello che l'argomento tuo blog mostra. Quello che scrivi mi piace,è il modo in cui lo scrivi che mi colpisce. Mi affeziono spesso,sono una ragazzina,ma mi hai colpito.

Ti ringrazio davvero tanto! Certo, io sono anche altro, oltre a ciò di cui racconto, ma il resto della mia vita preferisco custodirla gelosamente e condividerla solo con le poche persone che credo possano fare altrettanto. Ma a volte mi sbaglio.
Ti mando un abbraccio.

Ho messo la mia vita nelle mani del sesso, come in quelle di un sapiente dottore. É cura, farmaco e salvezza. O forse la morte più dolce. É il solo alfabeto che io conosca e la più bella delle melodie. É quel che non posso fare a meno di essere. La mia vita é una puttana.

Ho messo la mia vita nelle mani del sesso, come in quelle di un sapiente dottore. É cura, farmaco e salvezza. O forse la morte più dolce. É il solo alfabeto che io conosca e la più bella delle melodie. É quel che non posso fare a meno di essere. La mia vita é una puttana.

Quanto meno ho provato ad odiare.

Grazie mille Crow. Scriverei se avessi qualcosa da dire, ma questa non é la serata adatta. Purtroppo scrivo di getto e il più delle volte sento la necessità di scrivere proprio quando non sono nelle condizioni di poterlo fare, quando carta e tastiera non possono trovare un loro spazio.

Grazie mille Crow. Scriverei se avessi qualcosa da dire, ma questa non é la serata adatta. Purtroppo scrivo di getto e il più delle volte sento la necessità di scrivere proprio quando non sono nelle condizioni di poterlo fare, quando carta e tastiera non possono trovare un loro spazio.

Anonimo ha chiesto: Cos’è che ti rende cosi triste?

Su due parole mi verrebbe da dire il senso di fallimento. E la solitudine. E la sensazione di non avere più vie di fuga.

6.56 am.

È come stare in un treno fermo alla stazione e vedere quello nel binario accanto partire. Quella frazione di disorientamento, a cercare un punto fisso. Mi muovo, e invece sto fermo, in una nuova attesa, non quantificata. Lascio che i treni partano, accovacciata sul mio sedile, nell’immobile freddezza di ciò che son diventata. Immune al gelo e al vociferare della gente. Il caos, la frenesia. Resto ferma, ad aspettare. Nessuno. Resto ferma ed aspetto me stessa per dirmi addio un’ultima volta.

Tags: treno

Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.

Laddove fanno il deserto, lo chiamano pace, disse Tacito. Allucinazioni visive e, quando svaniscono, non resta che il vuoto, l’isolamento. In questi primi giorni di tirocinio mi son resa conto di quanto per me sia difficile rapportarmi con le persone. Parlare, domandare. Avvolta in un senso d’inadeguatezza ed incapacità. Non riesco a trovare il mio posto e, il tempo libero, lo trascorro nel parco a passeggiare o seduta nella sala riunioni fingendo di leggere le note sulla mia agenda. Mi sento fuori luogo, piccola in un mondo di adulti. Mi faccio avanti, gattonando, anche ora che sarebbe il momento d’imparare a camminare. Sento il deserto attorno a me e vedo quei pochi rapporti costruiti negli ultimi tempi sgretolarsi, piano piano. Proprio questa sera, a lezione, è stato detto: quando è stato fatto deserto, deserto sarà. E con gli occhi lucidi ho lasciato l’aula ed ho acceso una sigaretta. Non vedo più alcuna via d’uscita. 

Tags: deserto

…e non appena torno a casa, mi crolla il mondo addosso.

Pausa pranzo seduta in mezzo al parco della struttura. Le zanzare banchettano con il mio sangue e io che fremo come una bambina all’idea di rivedere lo scoiattolino di questa mattina. I nonni mi dicono che sono bella, robusta e speciale, e io non posso fare a meno di accarezzarli e prenderli per mano.

Tags: tirocinio

Anonimo ha chiesto: Come stai stasera, cara? :)

Ciao! Tanto stanca dopo il primo giorno di tirocinio. Il camice bianco mi sta davvero male e, fino a che la sartoria non mi sistemerà quello definitivo, dovrò correre in giro come una gitana, con il rischio di inciampare tutte le volte che mi alzo dalla sedia. Il riscaldamento é acceso e si crepa di caldo. Mi sono dimenticata di mangiare, bere ed andare in bagno, oltre a non aver fumato per otto ore. Ho dovuto ricordarmi come si fa ad andare in bicicletta e devo ammettere che pedalare tra i corridoi é davvero entusiasmante, specie quando la sella é troppo alta per toccare terra e, di conseguenza, aprire le porte senza scendere dalla bici é un’impresa degna di nota. La responsabile educativa mi tratta come una vera e propria tirocinante. Di merda. E ho tanto sonno, me ne andrò a letto.

Punti di mutanda.

Non riesco a dormire con addosso le mutande ma, nell’eventualità di un terremoto, un incendio, un malessere, un branco di leoni inferociti, un qualsiasi cosa per cui io debba alzarmi dal letto urlando ed iniziando a correre, ci lascio sempre una gamba infilata, cosicché la mattina, oltre a dovermi destreggiare tra le decine di coperte che mi si sono arrovellate addosso, devo pure liberarmi dal paio di mutande che mi si é inesorabilmente attorcigliato intorno alla caviglia o, eventualmente, al piede.

Platform.

Ho messo il mio maglioncino più bello, le scarpe con la zeppa, jeans risvoltati e un trucco marcato, di quelli che piacciono a me. Ho passato la serata seduta sui gradini dell’autogrill con in mano una sigaretta e il bicchierino del caffè per asporto. Vuoto. Ho osservato la gente arrivare, per andarsene poco dopo. Guardando i tir parcheggiati a lato, ho immaginato come potrebbe essere il mio. Sarebbe nero, chiaramente. E gli interni con dei particolari in vinile. Qualche borchia, qua e là. Sarebbe bello, difficile da descrivere. Scania, ovviamente. Ma questo credo si possa ormai dare per scontato. Quando ancora non avevo la patente, spesso passavo interi pomeriggi seduta sul marciapiede del primo binario della stazione, vicina al sottopassaggio. Qualcuno mi chiedeva da accendere; altri, se il treno fosse già passato, credendo che anche io fossi lì ad attenderne uno. Molti si sono messi a nudo di fronte a me, un’estranea, raccontandomi della propria vita, dei propri stati d’animo. Mi sono sempre domandata perchè lo facessero, perchè proprio con me. Ho conosciuto anche molti dei senza-tetto della zona e, con loro, degli orari della mensa dei poveri e del lavoro dei tanti volontari che, nelle sere d’inverno, si preoccupano di offrire a tutti delle coperte e il tè caldo. Le stazioni sono un micro-cosmo, il riassunto della giornata, della città, di tutte le emozioni che è possibile provare. Ho un gran mal di testa e, mentre scrivo, tengo a bada la posizione del ragno sul soffitto, dall’altra parte della cucina. Che poi, se ci penso, sta a testa in giù. Mi fa tanta paura, chiudo la porta e me ne vado di là. Io ci sto provando ad accettarli, tanto che mi dispiace vederli morire. Non ci riesco, proprio no. Mia madre, poco tempo fa, mi ha raccontato di quando, all’asilo, mi feci la pipì addosso per ben cinque volte in una sola giornata perchè nel bagno c’era un ragno e io, lì dentro, non ci volevo proprio andare. Da quel giorno, per non so quanti a venire, andai in bagno solo scortata dalla suora, cosicché mi potesse salvare dalle terribili grinfie di ragni, farfalle e zanzare. Sì, ho detto farfalle. Ho paura delle farfalle perchè, quando penso ad una farfalla, la penso senza ali. E una farfalla senza ali è brutta tanto quanto un qualsiasi altri insetto. Mi manca il sesso e, come auto-terapeuta, non valgo un cazzo. Palesemente. L’ultima volta che ho scopato con uno sconosciuto mi sono presa un bel ceffone e, da quella volta, non ho più cercato di organizzare nuovi incontri. Mio padre russa, tra poco inizio ad urlare. Per quanto possa sembrar facile star fisicamente lontani dal sesso, mi trovo a fare i conti con la solita masturbazione compulsiva e una flotta di pensieri pericolosamente negativi. Desiderio di morte, per lo più. Lo trovo ridicolo, oltre che irrealizzabile. Eppure c’è, dunque lo scrivo. Questo pomeriggio ho avuto modo di riflettere su come, al contrario di molti, io non abbia il timore del distacco, dell’addio. Credo si tratti di una corazza o della forza dell’abitudine. Quando, per la prima volta, stringo la mano ad una persona, lo faccio con la consapevolezza che, prima o dopo, questa persona se ne andrà. E quando questo avviene non provo rabbia, dolore, paura. Provo indifferenza, a volte eccitazione. Fondamentalmente vivo come più traumatico l’ingresso di una persona nella mia vita, piuttosto che il suo andarsene. Non è che il ritorno ad una situazione ordinaria. All’assenza. Tutta la mia vita sembra nutrirsi delle stesse dinamiche del sesso. Una sua conseguenza.

Grand Funk Railroad - The Locomotion (1974)

L’altra metà.

L’altra metà.